parte quinta di CONTRO IL MIRACOLO ESTETICO DELLA CORRUZIONE

Ulteriore elemento legislativo inserito quale apporto salvifico nella lotta alla corruzione è quello trasparenza, posto a dominare il dibattito pubblico come feticcio di una società positiva in cui i flussi informativi vengono sottoposti a misurazione, tassazione, controllo.

L’utopia della società trasparente si basa sullo sconfinamento del controllo, con l’eliminazione di ogni flusso di informazioni asimmetrico che possa produrre relazioni di potere e di dominio.

Tuttavia trasparenza e potere mal si accordano, avendo quest’ultimo necessità di ammantarsi del segreto ed agisce con maestria nella prassi dell’arcano, appunto una delle tecniche di gestione del potere.

La trasparenza illumina la società perché offre la possibilità di esercitare il controllo anche dal basso verso l’alto, ma si realizza solo attraverso una sorveglianza continua che tende ad assumere forme eccessive.

Un Mondo consistente soltanto in informazioni e che definisse comunicazione la loro circolazione indisturbata, somiglierebbe ad una macchina in cui l’obbligo di trasparenza finirebbe col ridurre l’uomo ad elemento funzionale di un sistema.

La società della trasparenza si uniforma alle logiche della società della prestazione, che segue dettami da imperativo economico nella convinzione di avere eliminato il “non-sapere” con una forte richiesta di dati fondata sulla mancanza di fiducia, ormai fondamento morale divenuto fragile.

La coercizione sistemica delle norme sulla trasparenza se ricondotta unicamente alla corruzione ed alla libertà di informazione, ne diminuisce la comprensione come mutazione del sistema sociale sottoposto a crescente pressione nel tentativo di accelerare lo smantellamento delle negatività.

In quanto così espressa dalla legislazione, l’assenza di rielaborazione, come quello di aggregazione dei dati produce immagini libere da ogni drammaturgia e quindi rese pornografiche, nel senso originario del termine di contatto immediato fra immagini, oppure dati, e occhio.

Lo strumento dell’Accesso Civico amplia la portata dei preesistenti Regolamenti per l’accesso amministrativo, offrendo spazi illimitati di ricerca.

Trasparenza e verità non sono però identiche, quindi più informazioni, come pure un accumulo di informazioni, non producono quella che per gli antichi Romani era la virtù crudele, perché in questo modo non si elimina l’opacità, bensì la si accresce.

C’è anche lo spazio occupato dal segreto, nelle due forme di “segreto per occultamento” e di “segreto quale principio organizzativo”.

Il primo certamente sanzionato penalmente e suscettibile di innescare provvedimenti sanzionatori di varia natura, non appena svelato per causa di accertamento ovvero per delazione (quella detta in gergo “soffiata”).

Il secondo motivato dalla fase di sviluppo che porterà ad un atto o provvedimento amministrativo (iter burocratico), da quella di istruttoria per accertamento che condurrà ad una sanzione amministrativa, e così via in crescendo sino alla necessità di secretare documenti per ragioni di Stato.

Occorre rilevare che molti aspetti legislativi ovvero indicazioni di comportamento emanati in tempi recenti, prendono spunto se non addirittura ispirazione dal sistema sociale e giuridico anglosassone, in modo particolare dagli Stati Uniti d’America.

Talune contraddizioni e difficoltà di applicazione di tali dettati, originano dalla differenza di mentalità e di cultura che ci rende distanti da quel mondo, conosciuto attraverso il loro cinema commerciale-propagandistico.

Una influenza che probabilmente il legislatore ha infantilmente pensato di poter trasformare positivamente, coll’uso sparpagliato di parole e di frasi concettuali (words and sentences), in luogo della lingua italiana usata con sagacia ed accortezza (If speakeasy drunk them).

Ebbrezze da esterofilia a parte, vi sono fra questi due mondi approcci molto differenti nei confronti delle questioni sociali, perciò diventa difficile e talvolta impossibile importare in modo acritico scelte tecniche senza tenere in debito conto le grandi differenze culturali.

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parte quarta di CONTRO IL MIRACOLO ESTETICO DELLA CORRUZIONE

La corruzione è una sventura sociale che favorisce non soltanto la perversione dello sfruttamento in termini di potere politico, ma diventa fertile terreno di coltura per lo sviluppo di azioni criminali di stampo mafioso, esplicate nella cosiddetta “zona grigia” di commistione fra legalità e illegalità.

L’oppressione infame dell’autentico “nulla impastato col niente”, che si insinua col malaffare, non soltanto quello legato alla corruzione, negli ambienti sociali e politici segnati da criticità.

La mafia riesce ad intercettare il clima favorevole al proprio insediamento, perché la somma dei comportamenti e delle azioni illegali di lieve entità quando divengono prassi tollerata, costituisce sempre una incrinatura in cui infiltrarsi.

Le attenzioni dei corruttori sono rivolte a quanti esercitano un potere suscettibile di produrre favori come pure di costruire azioni illecite, i quali per cupidigia o per indolenza, naturalmente si mostrano ben disposti a farsi corrompere.

Azioni riprovevoli a cui il legislatore cerca di porre freno considerando l’espiazione di una pena in relazione al delitto commesso e comprovato, essendo il fatto colpevole giustificazione e fondamento per applicare l’idea di giustizia (il male che viene bilanciato con il male).

Il reo che ha commesso un reato e perciò deve essere punito secondo il criterio giuridico, ma occorre tener conto che la punizione deve soddisfare anche il diritto ad espiare il male e quindi deve soddisfare l’esigenza del colpevole di essere recuperato alla coesistenza sociale.

La dignità umana va salvaguardata evitando che si esaltino gli aspetti punitivi di carattere penale, che unitamente alle imposizioni normative costituiscono facile occasione se non giustificazione alle azioni illegali spacciate per ribellione (come accade nel caso dell’evasione fiscale).

Il nocciolo della questione è rappresentato dalla prevenzione, perciò anche le pene comminate ovvero paventate ai colpevoli debbono volgersi al futuro, in funzione utilitaristica per il corpo sociale.

Prevenzione intesa come sinonimo di intimidazione, perché deve essere ben chiara l’idea di distogliere qualcuno dal fare qualcosa ovvero di omettere qualcosa che produca un danno.

La corruzione la commettono soltanto alcuni individui, ma i danni li subiamo tutti in una generalizzazione che non sempre viene percepita.

Questo il punto che una volta dipanato renderebbe chiari e vantaggiosi i mezzi preventivi, perché il fine da perseguire dovrebbe essere quello del benessere generale e non unicamente quello dell’esecuzione concreta della pena in quanto monito.

Nel secondo caso ci si trova nelle condizioni in cui l’esecuzione concreta di una pena è condizionata da una legge penale precedente e dallo scopo di questa, in un ambito di discrezionalità decisa dal giudice.

Si confida nella certezza della pena e si teme l’impunità per il delitto, ma si dovrebbe agire costantemente sui mali poggiati tanto sugli inconvenienti della società, quanto sulla difettosa educazione.

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parte terza di CONTRO IL MIRACOLO ESTETICO DELLA CORRUZIONE

Ancor oggi, la fantasia popolare ritiene che i sistemi politico e amministrativo sia regolato da dettami come quello del famoso eppur mai scritto “manuale Cencelli”, e confida nelle proprietà taumaturgiche della “meritocrazia”, nell’erronea convinzione che siano in contrapposizione.

In questa divisione sommaria, fra male che si fonda sulla corruzione e soluzione che potrebbe condurre al bene, purtroppo non s’intravvede una vera presa di conoscenza del fenomeno criminale.

La semplice ricerca della notizia giornalistica, con il confezionamento di titoli sensazionali e narrazioni e sempre più spesso immagini oppure intercettazioni, l’attenzione è concentrata sul passaggio materiale di denaro o sul riscontro di favori fra corruttori e corrotti.

Vale tanto per le inchieste che s’avviano ad eternarsi come quelle denominate “Roma Capitale”, “Mose”, “Expo” ed anche quella miriade di casi che coinvolgono dipendenti pubblici e funzionari di aziende lungo la Penisola, con buona frequenza come riportano i mass-media.

La superficie è diventata un paesaggio, in cui l’estetica e lo spazio sociale occupato dai media offrono quotidiana materialità mediatica confuse con la potenza dello spirito, diventato infine immagine-affezione.

I corruttibili assumono comportamenti antisociali che fanno riferimento ad atti imputabili a soggetti ben individuati, in quali agiscono senza preoccuparsi troppo delle conseguenze oppure sono stimolati da ingordigia, eccitazione per il rischio, sopravvalutazione delle proprie capacità di farla franca, convinzione di saper sfruttare a pieno il proprio ruolo, stupidità.

Un tipo di condotta che assume una fisionomia sfumata volta a designare quale bersaglio non tanto dei comportamenti, quanto piuttosto individui oppure gruppi da contenere, controllare, contrastare con sistemi sociali e soprattutto penali.

Negli ultimi anni si è intensificata la produzione di norme dedicate al tema della corruzione, tese a contrastare condotte peraltro già di per sé rilevanti sotto i profili penale e amministrativo (leggi, regolamenti, codici di comportamento; inoltre occorre considerare anche le linee di indirizzo).

La legge è un precetto comune che stabilisce coercizioni per delitti che si commettono volontariamente o per ignoranza, una comune obbligazione nei confronti dello Stato che amministra la giustizia, da intendersi come costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il proprio diritto.

Quindi si considera una componente di rischio, affrontata dal legislatore in termini di giustificazione della pena, a cui si attribuisce uno scopo di riparazione sociale che in considerazione del male o fatto delittuoso dovrebbe essere occasione di profonda riflessione da parte del reo.

Uno degli elementi di valutazione nei piani triennali di anticorruzione concerne appunto la determinazione del rischio, che pongono l’alternativa tra la necessità di attuare misure di prevenzione e quella di ricorrere ad approcci punitivi, tanto dal punto vista simbolico, quanto da quello legislativo.

Nell’intento di salvaguardare il buon andamento della Pubblica Amministrazione si dovrebbe tener in maggior conto la tutela delle persone oneste, siano esse dipendenti pubblici ovvero cittadini.

Le misure di contrasto che privilegiano l’azione allo sviluppo di strategie di pensiero politico e amministrativo, offrono nell’immediato l’illusione che si stia facendo qualcosa contro il dilagare della corruzione, ma nel contempo tendono ad essere emotive, regressive e catartiche.

Maggior profondità si ricava dall’analisi dei cattivi comportamenti in relazione a procedure e prassi amministrative, perché la condotta antisociale attuata nell’ambito della corruzione, come pure per altre fattispecie di reato, può assumere significati differenti per persone diverse.

Questo vale per il fenomeno diffuso e storicamente radicato della servitù volontaria, che induce taluni a riconoscere esagerata rilevanza agli esponenti del mondo politico, di quello imprenditoriale, di quello religioso.

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parte seconda di CONTRO IL MIRACOLO ESTETICO DELLA CORRUZIONE

La crescita del fenomeno della corruzione ha portato il legislatore a produrre in tempi recenti un nutrito corpo normativo, con l’istituzione recente di una struttura dedicata ovvero l’ANAC, l’Autorità Nazionale Anti-Corruzione.

C’è sempre un rischio insito nella proliferazione di leggi, che si può graduare da semplice affollamento a vero e proprio impantanamento.

Tuttavia il pericolo deriva soprattutto dal far comprendere a tutti i cittadini che la produzione di regole, specialmente in questo caso, ha come fine la difesa di conseguenze generali migliori e non soltanto il perseguimento di quanti si sono fatti scoprire.

Il tacito patto fra corruttori e corrotti dev’essere vanificato all’origine.

Il passato non aiuta e la struttura organizzativa dell’Amministrazione Pubblica, la vetusta scelta gerarchico-funzionale, ha sempre offerto appigli ai corruttibili, interni ed esterni.

Il passaggio storicamente significativo avvenne quando dalla burocrazia post-risorgimentale specializzata nell’esercizio autoritario, sebbene su basi formalmente legali, il Pubblico Impiego venne riorganizzato in modo raffazzonato dal nuovo regime.

Un primo riferimento è ai Regi Decreti emanati il 30 dicembre 1923, uno per l’ordinamento giuridico dell’Amministrazione Pubblica e l’altro sullo stato giuridico degli impiegati dello Stato.

Non soltanto questi, certamente, ma essi rappresentano i primi passaggi di un percorso avviato nel corso dei dodici mesi precedenti da Alberto De Stefani, Ministro delle Finanze e poi anche del Tesoro, nell’intento di graduare una trasformazione della burocrazia per ottenere uno strumento che risultasse commistione perfetta con il partito politico.

Solchi profondi con cui hanno dovuto fare i conti tutte le riforme successive o per meglio dire gli aggiustamenti successivi che aspiravano a riformare la Pubblica Amministrazione.

All’epoca non v’era la minima traccia di norme anticorruzione e molte limitazioni, comprese le indicazioni di incompatibilità, erano velleitarie.

Il sistema delle clientele personali ereditato dallo Stato liberale, ebbe a trasformarsi in quell’andazzo da sottobosco che proliferò anche in età Repubblicana, almeno sino al periodo detto “Mani pulite” ovvero le inchieste giudiziarie sulle grandi corruzioni condotte negli anni Novanta.

Buon terreno di coltura per i corruttibili, alimentato da diversi fattori come la condizione soggettiva del Pubblico Ufficiale che permase sino agli anni Novanta, la proliferazione di Enti pubblici, le assunzioni in numero crescente spesso adombrate dalla benevolenza politica, l’amnistia del 1946 che vanificò completamente l’epurazione dei compromessi col regime.

Azioni che favorirono per lungo tempo un sistema di vita in cui corruzione, pubblico impiego, politica e inamovibilità tempo erano tutt’uno.

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CONTRO IL MIRACOLO ESTETICO DELLA CORRUZIONE (parte prima)

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CONTRO IL MIRACOLO ESTETICO DELLA CORRUZIONE (parte prima)

L’inverno del nostro scontento non è finito, perché il tema della corruzione mancherà sempre di soluzioni definitive albergando nell’animo umano istintive, anzi primitive tendenze ad assicurarsi maggior agio.

L’uomo è libero in sé, ma per esserlo pienamente deve rinunciare ad una parte di questa verità, riconoscendo quale limite della sua libertà quella altrui, entrambe esistenti in un corpo sociale regolato con leggi.

Il concetto di corpo, fuor di metafora, richiama il maggior timore ovvero quello di contrarre malattie, che potrebbero corromperlo in modo grave.

Dalla nascita, l’esperienza è crescente consapevolezza d’avere un corpo, a cui si sente di dover dare un posto nel Mondo, essendo nel contempo un vettore con cui si costruisce il Mondo.

Già nell’infanzia si crea un rapporto fra soggetti animati e oggetti, il corpo a far da saldatura con le cose; in una compenetrazione fra l’essere un corpo e l’avere un corpo, sorta di scambio che nell’età adulta si viene indotti a confondere col ruolo dello scambiatore universale, il denaro.

Gli elementi sono continuamente combinati nella cosiddetta situazione, intesa come stato caotico di molteplici cose e che, per quanto l’uomo possa riflettere sul proprio Mondo e compararlo ad altri, per via breve porta alla conclusione che tutto abbia un prezzo e che tutto si possa comprare.

Il denaro diventa così elemento di rottura e il sostantivo “corruzióne” segnala decomposizione, disfacimento, putrefazione e una miriade di ulteriori significati per definire un’azione violenta quale presupposto per infrangere l’integrità di qualcosa o di qualcuno.

Rompere in tanti pezzi è l’opera di chi induce altri al male, con varie declinazioni fra cui quella del nostro puntuale interesse qual è la corruzione di pubblico ufficiale ovvero di incaricato di pubblico servizio.

Si raffigura il delitto contro la Pubblica Amministrazione, consistente nella dazione ovvero nella promessa di denaro o altri vantaggi affinché ometta oppure ritardi un atto del suo ufficio o compia un atto contrario ai doveri di ufficio, la corruzione propria, oppure perché porti a compimento un atto del suo ufficio, la corruzione impropria.

Che si tratti di degenerazione spirituale e morale, depravazione, di totale abbandono della dignità e dell’onestà, la corruzione impone comunque una potente re-visione del Mondo.

Non è soltanto questione di denaro o di favori non meritati, ma soprattutto di confusione e alterazione delle identità, delle distinzioni, dei limiti che dovrebbero separare le cose, le persone, le idee.

La corruzione è rottura di un funzionamento equilibrato, di legami consolidati in un’organizzazione sociale, costituendo una varianza rispetto a quel che sarebbe dovuto accadere o si pensava sarebbe dovuto accadere.

Evidente oppure occulta, la corruzione si colloca al di fuori dal patto sociale e la sua illegalità non potrà mai esser sanata.

Tuttavia, accade di tanto in tanto che un legislatore, in qualche parte del Mondo, proponga sgradevoli e bizzarre interpretazioni dei fondamenti del diritto allo scopo di limitare la libertà positiva.

A lasciar spazio alla corruzione, che vive nel territorio della libertà negativa, si finisce per fermare ogni interferenza delle persone oneste, perché l’illegalità non ammette né scelte, né discussioni, né possibilità di costruire il bene comune.

Un singolo comportamento scorretto, moralmente riprovevole produce danni individualmente, ma non pare mettere in pericolo lo Stato, a meno che ad infrangere le regole non diventi una moltitudine.

(prosegue)

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METTETE LA BELLEZZA NEI VOSTRI PROGRAMMI POLITICI

Alessandria – Due regali insoliti arrivati in città per abili mani ignote, hanno avuto il pregio di sorprendere in modo piacevole chi ha avuto la sensibilità di notarli, per questo credo sarebbe bene avviare una riflessione sulla bellezza, anche come argomento da inserire nei programmi elettorali.

Nelle immagini scattate in due angoli del centro, un quadro con fiore appoggiato sul muro in mattoni faccia a vista dietro Palazzo Ghilini, quindi un murales o più propriamente una firma (tag) poco distante l’ex Ospedale Militare.

La terza immagine, ad alimentare ferocemente il contrasto con le prime due, un angolo di via Verona, con una installazione estemporanea e del tutto casuale, al fine di soddisfare l’andazzo contemporaneo secondo cui “in ciascuno di noi alberga un animo artistico”.

La bellezza illumina le città, come cultura e forma di vita perché afferma senza meno che vi sono uomini e donne che donano la loro anima in favore della comunità offrendo almeno tre buone ragioni per frequentarne gli spazi.

Per prima proprio la vastità dell’argomento, che induce a discuterne ed a promuovere azioni positive mettendo in moto l’intelligenza collettiva o meglio ancora accrescendo la foga dei cervelli quale motore che muove le città.

La seconda ragione sta che lo sviluppo degli spazi urbani non s’interrompe mai, ma rappresenta una costante dello spirito occidentale in cui le spinte della politica debbono sempre essere messe in discussione con lo spirito del tempo.

Infine, le città europee non sono affatto rappresentate dalla somma dei cittadini positivi e che quindi semplicemente la accettano, ma dalla differenza tra quelli che vogliono costituire la città e coloro che desiderano estraniarsene.

In ogni caso è il forte potere attrattivo della bellezza che rende significative le scelte, che altrimenti scadrebbero nella mera contingenza e affonderebbe nella terribile supposizione, talvolta messe a puntellare scelte politico-amministrative.

Inserire la bellezza nei programmi politici, tenendone poi debito conto nelle scelte di governo della città, avrebbe il pregio di rendere comprensibile lo spazio urbano e aumenterebbe il numero di coloro i quali lo vogliono animare.

La città ideale non è soltanto un luogo di commerci o la sede del potere, ma dev’essere soprattutto un centro di ambizioni capaci di ampliare le sfere di interesse, che sempre funzionano bene come antidepressivi sociali.

L’arte pare inutile quando estraniata da qualunque contesto, ma proprio per questo è in grado di sviluppare una grande forza attrattiva, di cui sarebbe bene per noi tutti far tesoro.

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